Eliminazione degli ordini professionali

Gangster's Law
Image via Wikipedia

Si parla in questo periodo di eliminazione degli ordini professionali. Se ne parla perché gli ordini professionali sono gruppi chiusi di professionisti, l’accesso ai quali è regolamentato dagli esami di stato e l’iscrizione ai quali è obbligatoria per svolgere alcune professioni. Insomma un ginepraio monopolistico di vincoli obbligatori per utenti e professionisti.

In linea di principio l’ordine professionale dovrebbe garantire all’utente che ha bisogno di una prestazione professionale che egli si potrà rivolgere per quella prestazione ad un professionista iscritto; ciò implica che questo si sia laureato, che abbia sostenuto l’esame di abilitazione e che l’ordine vigili sulla sua condotta deontologica.

I detrattori degli ordini professionali sostengono che tali ordini siano caste di professionisti “politicizzati”; anche la quota di associazione è spesso vista come una gabella da versare senza avere in cambio nulla. Dato che l’ausilio del professionista per alcune prestazioni casi è obbligatorio per legge e soggetto ad un tariffario, il meccanismo funziona come un vero monopolio che tutela solamente gli interessi economici e politici dell’ordine stesso e non di utenti e professionisti, i quali per esercitare devono obbligatoriamente passare per questa via.

Molti di noi conoscono da questo punto di vista alcune professioni, come quella del notaio; per effettuare una compravendita di un immobile e stipulare un contratto di mutuo ipotecario con la banca, dobbiamo stipulare l’atto presso un notaio, il quale deve essere un professionista iscritto al relativo ordine. Questo notaio ci presenterà alla fine della sua prestazione la relativa parcella che solitamente è ritenuta “salata” soprattutto se  commisurata al tempo che il professionista dedica in prima persona all’utente, che a volte è di pochi minuti.

L’eliminazione degli ordini, secondo il parere di chi la vorrebbe attuare, porterebbe ad una maggiore concorrenza sui prezzi e sulla qualità dei servizi, nonché a una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro.

L’eliminazione porterebbe i lavoratori a non dover essere più costretti ad iscriversi ad un ordine per esercitare una professione; chiunque può fare l’avvocato, il farmacista, il medico. O forse chissà magari si potrebbe far bastare la laurea magistrale. E poi chi ha la triennale non si lamenterà che i laureati magistrali costituiscono una lobby? Forse no, dato che le università sono molte e quindi vi sarebbe la tanto desiderata concorrenza.

Quello che io mi chiedo è: a che prezzo si eliminano gli ordini professionali?

Ragioniamo da utente e non da professionista e facciamo qualche esempio; diciamo che da un certo momento gli ordini non ci sono più. Questo significa che invece che andare dal notaio che mi fa spendere cinquemila euro per gli accertamenti relativi alla compravendita con mutuo posso andare dal vicino di casa, oppure non andare da nessuno. Lo stesso vale per la costruzione di un ponte: invece di un ingegnere che conosce la scienza delle costruzioni, posso andare da mio cognato che si intende di cementi armati, oppure scegliere da solo misure, forme dimensioni e materiali facendomi consigliare al Leroy Merlin. Infine per operarmi gli occhi per l’astigmatismo invece di un medico dell’ordine mi faccio operare dal tuttofare che sistema il giardino dei miei genitori, visto che ha fatto l’ottico per qualche tempo.

Esempi estremi sì, ma quando non c’è più una regola vale tutto. Se è il mercato che deve decidere quale servizio è buono e quale no, deciderà il mercato: prima mando un “caro amico” dal medico tuttofare e se non muore vado anche io.

E’ evidente che in certi casi il servizio non può essere “provato” e non può nemmeno essere scadente; deve essere quanto di meglio si possa avere dalle conoscenze attuali. E chi conosce cosa è meglio? Il paziente sa cosa è meglio o è più probabile che lo sappia il medico? Gli ordini professionali sono nati per questo motivo: un’istituzione che conosca la materia e stabilisca cosa è meglio, quale professionista è in grado di dare il meglio e quale no.

Come sempre, quando si parla di interessi e di politica, si perde di vista la concretezza dei fatti.

I fatti, in estrema sintesi, sono questi:

  • gli utenti dei servizi complessi quasi mai ne conoscono i dettagli (tecnici, scientifici, di attualità) e vorrebbero essere tutelati e garantiti da chi possiede tale conoscenza
  • gli utenti vorrebbero avere fiducia in chi tutela i loro interessi
  • gli utenti non sempre hanno fiducia negli ordini professionali ma vi si devono affidare per forza
  • i professionisti vorrebbero più servizi dal loro ordine
  • per esercitare una professione un professionista vorrebbe accedere facilmente al mercato
  • alcuni ordini professionali abusano della posizione privilegiata per il proprio interesse economico e politico
In parte, quindi, gli interessi degli utenti contrastano con quelli dei professionisti; i professionisti fuori dal mercato vorrebbero cominciare a guadagnare, quindi vorrebbero un mercato deregolamentato; gli utenti vorrebbero pagare poco i servizi ma li vorrebbero erogati da un mercato molto regolamentato: gli utenti, soprattutto gli utenti moderni, vogliono dare la colpa a qualcuno se qualcosa non va.
Quindi qui bisogna dare ascolto agli utenti, ma impedire il monopolio degli ordini. Far lavorare tutti i professionisti, ma farli lavorare vincolati a forti regole di qualità. Quindi perché l’eliminazione? Non è meglio una riforma, sul tipo di quella della previdenza, che introduca un minimo di concorrenza, quindi per esempio, più enti di garanzia della professionalità degli iscritti, a cui comunque il professionista sia tenuto ad iscriversi?

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