ICT: non si può farne a meno

Paese vecchio 2
Paese vecchio 2 (Photo credit: jerik0ne)

Condivido pienamente quanto dice in questa intervista il mio professore di Ingegneria del Software al Politecnico di Milano, prof. Alfonso Fuggetta.

Qui voglio commentare in particolare qualche passo:

Sono due i fenomeni drammatici a cui abbiamo assistito da una decina d’anni a questa parte. Da un lato non si è capito che l’IT fa rima con innovazione e che dunque gioca un ruolo decisivo per lo sviluppo. Dall’altro l’IT per certi versi è considerato una commodity, ma nel senso più negativo del termine, vale da dire che si pensa all’IT come a qualcosa che deve essere disponibile a basso costo.

La ricerca della soluzione a basso costo, a mio avviso, ne pregiudica la qualità. La qualità dell’IT è però un concetto sfuggente per i più; io qui cerco di essere meno effimero e di concretizzarlo in pochi esempi:

  • Un SW più qualitativo ha un costo iniziale più elevato, ma un costo complessivo di possesso (il cosiddetto TCO) generalmente più basso: si spende un po’ di più oggi per spendere meno domani. La collusione culturale tra quella SW house che non vuole perdere la maintenance e quella domanda IT che vuole sempre spendere poco è micidiale! In una tale non infrequente situazione, conviene a tutti e due gli attori mantenere bassa la qualità.
  • Un SW più qualitativo è più semplice da verificare: è più chiaro capire quando un SW di buona qualità è completo, perché supera tutti i test che per questo sono stati concordati. Sembra un’assurdità, ma per non pochi progetti succede che non si capisca mai se sono terminati o no; in queste situazioni si arriva spesso a blocchi o a contenziosi.
  • Un SW più qualitativo ha una collocazione nello spazio dei tempi e dei costi più prevedibile: maggiore è la qualità, migliore sarà il rispetto dei budget e delle previsioni sulle date della messa in opera. Anche i budget vacillanti sono motivi di scontro: fornitori che spendono più del previsto e fanno progetti “a perdere”, clienti che pur di avere il prodotto finito continuano a rivedere al rialzo il loro budget, consegne oltre i limiti di tempo e tanta, tanta frustrazione per tutti.

[…] l’Italia rischia di diventare un Paese nearshoring, un Paese a basso costo di manodopera, un Paese da “spremere”. Ciò può rappresentare in parte un vantaggio poiché si potrebbe assistere a una maggiore richiesta di nostri professionisti, ma la faccia negativa della medaglia è che i nostri giovani non sarebbero motivati e che la macchina dell’innovazione vera in questo modo non troverebbe la giusta spinta in direzione della crescita-Paese.

Potremmo diventare “gli indiani” degli indiani. Negli anni più recenti, gli operatori IT hanno sentito spesso parlare di questo “mito” degli indiani. Programmatori bravissimi a prezzi bassissimi. Avrei da dire sulla veridicità di questa leggenda metropolitana… Io di programmatori indiani venuti in Italia a lavorare ne ho conosciuti, ma tra loro di guru della programmazione non ne ho potuti notare.

Ma tant’è effettivamente questi programmatori indiani costavano meno, ma oggi le tariffe si stanno adeguando a quelle occidentali (non le nostre tariffe italiane, magari); questo segnale dai BRICS è l’evidenza del fatto che chi è emergente (affermato ormai) e fa sforzi per dominare il mercato globale, riconosce il ruolo fondamentale di un IT sana e non drogata dai soliti miseri particolarismi tipici dell’italianità che stiamo esportando in questi ultimi decenni.

Altro che seconda repubblica! Con un magheggio tipo un gioco delle tre campanelle dove tutti vincono sempre ancora un po’ e torniamo al medioevo. Svegliamoci! Non si può vincere tutti: bravi e non bravi, onesti e disonesti, sgobboni e fannulloni. Qualcuno per forza dovrà saltare giù dalla barca per non fare affondare tutti! E l’IT come tutto il resto soffre e boccheggia…

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