Giacca e cravatta

English: Alessandro Volta with tie. Italiano: ...
English: Alessandro Volta with tie. Italiano: Alessandro Volta in cravatta. (Photo credit: Wikipedia)

Frequento spesso per lavoro ambienti frequentati da persone in giacca e cravatta: i vecchi colletti bianchi.

Mi son fatto da tempo un’opinione su questo aspetto del ménage lavorativo.

Ho incontrato diverse opinioni, espresse più o meno apertamente, di cui riporto il senso che ne ho colto:

  • Chi non porta la giacca e la cravatta è irrispettoso nei confronti degli altri

  • La giacca e la cravatta in certi ambienti, come quello bancario, di rappresentanza, il management, eccetera, sono d’obbligo

Per quanto riguarda il primo aspetto, devo dire che, lavorativamente parlando, le persone più maleducate, arroganti e irrispettose che ho incontrato, avevano proprio la giacca e la cravatta. Quindi non me la sento proprio di appoggiare questa opinione.

Per quanto riguarda il secondo, l’abbigliamento d’obbligo ha l’effetto di appiattire, di uniformare; estremizzando diventa appunto un’uniforme.

L’uniforme è il tipo di abbigliamento che sottolinea la poca importanza del singolo individuo, contrapposta all’obbedienza acritica alle regole, alla prevalenza delle logiche di gruppo. All’idea del formicaio.

Quando guardo le immagini di alcuni ambienti frequentati da questi business men in uniforme, quello che mi viene in mente è proprio il formicaio.

Sempre per questo secondo aspetto, trovo anche un retaggio sessista in questa abitudine. La divisa vale per i maschi. Le donne possono esprimere la loro libertà.

E poi, diciamoci la verità, non è comodo per tutti avere la cravatta; da fastidio a tavola, ciondola sempre davanti come un guinzaglio.

E nemmeno la giacca è poi tanto comoda: fa stare troppo caldi, si stropiccia facilmente, è difficile da lavare. Può essere comoda intanto che si è in piedi, che ci si sposta da un ufficio ad un altro.

E poi a che pro abbassare la temperatura dell’impianto di condizionamento pur di non togliere la giacca e di non slacciare il primo bottone della camicia? Non è meglio una bella polo, ordinata, pulita e ben stirata e con le maniche corte?

I giornalisti, categoria che ultimamente non apprezzo più di tanto, sottolineano con disprezzo le canottiere estive dei politici, le bandane, le mise comode dei VIP vacanzieri; ma perché?

Meglio un uomo in bermuda al mare che un ladro incravattato in parlamento.

Meglio cellulite e capelli spettinati in spiaggia che una cinica opportunista in tailleur con incarichi istituzionali.

La giacca e la cravatta, quando non indossate per scelta, nascondono il cuore dell’individuo che le indossa.

Per estensione di questo concetto, è mia opinione che la moda non distingua, ma uniformi. La persona modaiola non è libera, ma schiava perché non può più scegliere cosa indossare.

Io preferisco la libertà e a volte, quando mi va, metto pure la giacca e la cravatta!!

=> Approfondimento in proposito: Dress for Success

 

IT Trends – Buzzwords anti crisi

Tutti lo dicono ma pochi dimostrano di averlo capito nel profondo. Per uscire dalla crisi non basta aspettare che passi; bisogna metterci l’impegno.
Allora nel piccolo e nel personale, ci viene chiesto (o, meglio, imposto) di contribuire maggiormente alle spese dello stato.

Lo facciamo, contribuiamo, ma solo perché siamo costretti; lo facciamo malvolentieri, un po’ come pinocchio quando deve bere la medicinaccia amara, anche se poi ci fa stare bene. Se non fossimo costretti la maggior parte di noi semplicemente non lo farebbe.

Logo Information Technology
Logo Information Technology (Photo credit: Wikipedia)

Così è per gli investimenti in innovazione e, per quanto riguarda quest’articolo, in Information Technology. Le aziende spesso investono in IT non quando e come gli conviene di più, ma solo quando sono costrette da fattori esterni:

  • concorrenza
  • normative
  • adattamento ad aziende fornitrici o clienti

In questi casi quando si investe in IT lo si fa in ritardo, spinti da impulsi che non sono ben compresi verso obiettivi altrettanto scarsamente compresi. Inutile dire che questo non è un buon investimento, nonostante sia meglio di niente. Per riprendere l’incipit dell’articolo, lo si fa perché si è costretti, altrimenti non lo si farebbe. Non si tenta, o non si è in grado, di scorgere il potenziale virtuoso di un tale investimento: se ne vede la voce “spese” a bilancio senza avere gli strumenti per poi verificare il “risparmio” nelle epoche successive. Non si misura quasi mai in maniera complessiva il ritorno su questi investimenti.

Le buzzwords di questo momento, su cui mi trovo in sintonia e di cui voglio brevemente far cenno qui, sono CLOUD, MOBILE e SOCIAL.

Sono evidentemente soluzioni ancora non del tutto note o sfruttate, ma vanno indiscutibilmente nella direzione della razionalizzazione e del risparmio sulle infrastrutture il cloud, del miglioramento della qualità del servizio e dei tempi di risposta agli eventi il mobile e dell’interconnessione sinergica delle relazioni il social.

Una soluzione cloud, a parità di servizio offerto, per fare un esempio, pensiamo al servizio di posta elettronica, è certamente:

  • più efficiente
  • meno inquinante
  • meno costosa
Perché pochi l’adottano? Perché molti vogliono ancora la propria sala server con le macchine da raffreddare, con il proprio server di posta elettronica da manutenere, da patchare, da proteggere dagli attacchi esterni, da backuppare, ecc, ecc. Molti hanno già fatto il passo della virtualizzazione. Alcuni stanno spostando la propria infrastruttura presso un datacenter, ma pochissimi si concentrano sull’acquisto del “servizio” chiavi in mano.

Pensiamo sempre alla posta elettronica e immaginiamo il plus offerto dai dispositivi mobile, come smartphone e tablets: la comunicazione è capillare, può raggiungere l’utente ogni luogo e momento. I dispositivi mobile hanno spesso la capacità di sapere dove si trovano (GPS), di connettersi a vari tipi di rete (Wi-Fi, UMTS, 3G), di fare e ricevere chiamate, di aggiungere video, immagini ai suoni. Una ricchezza informativa che può essere sfruttata. Le applicazioni possibili, da cui trarre valore, sono immense.

Mettiamo il tutto insieme con il social e con il potenziale dei famosi 6 gradi di separazione; il reperimento e la trasmissione delle informazioni attraverso le relazioni sono il motore della società e per certi versi il mondo (umanamente parlando) va alla stessa velocità delle informazioni che è in grado di diffondere. I passaggi evolutivi dell’umanità sono sempre stati legati alla capacità di reperire, elaborare e trasmettere delle informazioni. Da trasmissione orale a scritta è migliorata la reperibilità: è l’inizio della Storia. Da trasmissione a tele-trasmissione si sono accorciati gli spazi e quindi i tempi: radio, televisione, telefono e fax sono stati mezzi dall’impatto enorme. Internet ha aggiunto maggiore reperibilità, la ricerca, la trasmissione asincrona: un enorme impulso verso la scrittura automatica della Storia; la storia moderna sta scritta in gran parte su supporti informatici. La fase attuale è quella sociale: ognuno contribuisce peer to peer alla Storia e trova il modo di farsi osservare anche da chi non conosce direttamente: è un po’ come essere tutti in piazza, tutti sui manifesti, tutti in TV.

Queste sono le leve da sfruttare oggi, ma ancora c’è molta resistenza dovuta principalmente alla non conoscenza e all’impostazione delle proprie aspettative su un orizzonte temporale sempre più corto. Troppo corto.

Perdiamo la capacità dio investire, di innovare, di riconoscere la modernità e di cavalcarla per evolvere fino al prossimo stadio.

ICT: non si può farne a meno

Paese vecchio 2
Paese vecchio 2 (Photo credit: jerik0ne)

Condivido pienamente quanto dice in questa intervista il mio professore di Ingegneria del Software al Politecnico di Milano, prof. Alfonso Fuggetta.

Qui voglio commentare in particolare qualche passo:

Sono due i fenomeni drammatici a cui abbiamo assistito da una decina d’anni a questa parte. Da un lato non si è capito che l’IT fa rima con innovazione e che dunque gioca un ruolo decisivo per lo sviluppo. Dall’altro l’IT per certi versi è considerato una commodity, ma nel senso più negativo del termine, vale da dire che si pensa all’IT come a qualcosa che deve essere disponibile a basso costo.

La ricerca della soluzione a basso costo, a mio avviso, ne pregiudica la qualità. La qualità dell’IT è però un concetto sfuggente per i più; io qui cerco di essere meno effimero e di concretizzarlo in pochi esempi:

  • Un SW più qualitativo ha un costo iniziale più elevato, ma un costo complessivo di possesso (il cosiddetto TCO) generalmente più basso: si spende un po’ di più oggi per spendere meno domani. La collusione culturale tra quella SW house che non vuole perdere la maintenance e quella domanda IT che vuole sempre spendere poco è micidiale! In una tale non infrequente situazione, conviene a tutti e due gli attori mantenere bassa la qualità.
  • Un SW più qualitativo è più semplice da verificare: è più chiaro capire quando un SW di buona qualità è completo, perché supera tutti i test che per questo sono stati concordati. Sembra un’assurdità, ma per non pochi progetti succede che non si capisca mai se sono terminati o no; in queste situazioni si arriva spesso a blocchi o a contenziosi.
  • Un SW più qualitativo ha una collocazione nello spazio dei tempi e dei costi più prevedibile: maggiore è la qualità, migliore sarà il rispetto dei budget e delle previsioni sulle date della messa in opera. Anche i budget vacillanti sono motivi di scontro: fornitori che spendono più del previsto e fanno progetti “a perdere”, clienti che pur di avere il prodotto finito continuano a rivedere al rialzo il loro budget, consegne oltre i limiti di tempo e tanta, tanta frustrazione per tutti.

[…] l’Italia rischia di diventare un Paese nearshoring, un Paese a basso costo di manodopera, un Paese da “spremere”. Ciò può rappresentare in parte un vantaggio poiché si potrebbe assistere a una maggiore richiesta di nostri professionisti, ma la faccia negativa della medaglia è che i nostri giovani non sarebbero motivati e che la macchina dell’innovazione vera in questo modo non troverebbe la giusta spinta in direzione della crescita-Paese.

Potremmo diventare “gli indiani” degli indiani. Negli anni più recenti, gli operatori IT hanno sentito spesso parlare di questo “mito” degli indiani. Programmatori bravissimi a prezzi bassissimi. Avrei da dire sulla veridicità di questa leggenda metropolitana… Io di programmatori indiani venuti in Italia a lavorare ne ho conosciuti, ma tra loro di guru della programmazione non ne ho potuti notare.

Ma tant’è effettivamente questi programmatori indiani costavano meno, ma oggi le tariffe si stanno adeguando a quelle occidentali (non le nostre tariffe italiane, magari); questo segnale dai BRICS è l’evidenza del fatto che chi è emergente (affermato ormai) e fa sforzi per dominare il mercato globale, riconosce il ruolo fondamentale di un IT sana e non drogata dai soliti miseri particolarismi tipici dell’italianità che stiamo esportando in questi ultimi decenni.

Altro che seconda repubblica! Con un magheggio tipo un gioco delle tre campanelle dove tutti vincono sempre ancora un po’ e torniamo al medioevo. Svegliamoci! Non si può vincere tutti: bravi e non bravi, onesti e disonesti, sgobboni e fannulloni. Qualcuno per forza dovrà saltare giù dalla barca per non fare affondare tutti! E l’IT come tutto il resto soffre e boccheggia…

IT: l’analisi indipendente

To err is human, but to really foul things up you need a computer.

– Paul Ehrlich

Come ci ha insegnato Steve McConnell sul suo Code Complete, le attività di costruzione di un progetto software dovrebbero essere condotte ordinatamente ed in modo completo per evitare gli ormai classici e famosi disastri, o anche quelli più vicini a casa nostra.

Con particolare riferimento alle prime fasi di un progetto informatico, si nota [Boehm – Papaccio – Understanding Software Costs] che maggiore è la distanza tra la fase progettuale in cui un difetto viene rilevato/identificato e la fase in cui viene determinato, cioè l’errore che c’è a monte e che ha prodotto il difetto, è esponenzialmente proporzionale al costo della risoluzione del difetto.

Quindi si deduce che le attività di studio di fattibilità ed analisi dei requisiti, sono le fasi le cui carenze pesano maggiormente sui costi finali dei progetti, anche informatici.

Oggi nessuno potrebbe pensare di affrontare la costruzione di un edificio che sia più complesso di un’aia per galline, senza un’opportuna fase di studio ed analisi. Eppure nel campo dell’informatica persiste ancora questa deprecabile abitudine.

Un modo che trovo possa essere efficace per rimuovere questo ostacolo è quello di autoregolamentarsi per eliminare il conflitto di interessi che oggi c’è tra analista e sviluppatore.

Oggi il tipico provider di soluzioni informatiche, piccolo o grande, offre lo studio di fattibilità, l’analsi, lo sviluppo e il collaudo della soluzione informatica; c’è un discreto conflitto di interessi nelle attività elencate, infatti:

  • quasi sempre lo studio di fattibilità indicherà che il progetto è fattibile e che proprio questo solution provider ha la soluzione
  • l’analisi mostrerà che la soluzione appropriata è quella che il solution provider ha già fornito anche ad altri clienti

Ovviamente non è affatto detto che le due affermazioni sopra siano sempre false né che siano sempre vere. Ciò che è vero è che spesso anche se il progetto fallisce, il solution provider è comunque e giustamente da pagare per il lavoro svolto.

Lo studio di fattibilità, l’analisi e specifica dei requisiti, così come la direzione dei lavori e il collaudo finale dell’applicazione informatica dovrebbero essere sempre condotti con un “capitolo di spesa” diverso da quello utilizzato per la produzione vera e propria della soluzione informatica.

Quindi un’organizzazione che ha a cuore l’efficacia dei suoi investimenti dovrebbe autoregolamentarsi in tal senso adottando un processo di acquisizione dei beni IT che comprenda:

  • lo studio di fattibilità
  • l’analisi dei requisiti e la loro specifica
  • la redazione di un capitolato di gara per l’assegnazione dei lavori e l’identificazione di un produttore di software adeguato sia sotto il profilo economico che qualitativo
  • la nomina di un responsabile per la direzione dei lavori e per il collaudo finale

Oggi quante organizzazioni hanno un processo di acquisizione di beni IT di questo tipo? E quante di quelle che spendono soldi pubblici possono dire di averci anche solo pensato alla formalizzazione di un processo strutturato di acquisizione? Purtroppo poche…

Tempo di crisi: risparmiare deve voler dire spendere meglio

Tempo di crisi e recessione…

In uno scenario di crisi globale come quello attuale, la strada che i principali attori indicano punta in una sola direzione: l’innovazione.

L’innovazione oggi, passa inevitabilmente per il concetto di rete e quindi di Information and Communication Technology: l’ICT.

L’ICT non è mai stata una scienza semplice e alla portata del comune appassionato; l’hobbista, informatico amatoriale, il programmatore cosiddetto “cantinaro”, lo smanettone  o quell’hacker presente nell’immaginario collettivo e così frequentemente rappresentato dalla filmografia degli ultimi tre decenni, che viola sistemi militari, che guadagna milioni scrivendo codice che ruba gli arrotondamenti dei movimenti finanziari, che legge il codice macchina verde a vista e vede un mondo che gli altri non vedono, o non esiste o non è in grado di risolvere i problemi che l’era attuale ci pone. Eppure solo 20, 15 o anche 10 anni fa lo sarebbe potuto essere, ma allora ad essere semplici erano i problemi delle organizzazioni, che erano solo all’inizio della strada dell’informatizzazione.

Oggi l’ICT di cui sempre più le organizzazioni anche di dimensioni medie o piccole o addirittura individuali hanno bisogno è complessa, non è più “tutta” semplice.

Semplice oggi è l’uso dei nuovi dispositivi mobile. Sempre più semplice diventa man mano l’uso di applicazioni di Office Automation. Semplice oggi è usare la posta, acquistare su internet, fare un sito web, pubblicare una video gallery.

Ciò che è complesso è individuare i processi organizzativi che possono beneficiare dell’informatizzazione, calcolarne il costo, valutarne la possibilità di innovazione, trovare i mattoni per costruire un progetto che la porti a compimento ed, infine, realizzare tale progetto con successo. Questo è complesso.

La statistica sui successi e sui fallimenti dei progetti informatici ci insegna che i progetti informatici possono anche fallire; anzi ci insegna che non è così raro che falliscano. E i motivi per cui i progetti falliscono sono ricorrenti. Purtroppo non siamo in grado di imparare da una storia che corre troppo veloce.

New research from CA, conducted by independent research company Loudhouse of 100 IT Directors across the UK and Ireland, reveals that poor visibility of IT project status and a lack of management control over them is costing the UK over a quarter of a billion pounds each year.

Quello che spesso viene a mancare nei progetti informatici non banali, è la capacità di gestirne la complessità, la conoscenza dei complessi temi tecnologici alla base delle soluzioni informatiche, l’inesperienza o la scarsa conoscenza da parte dei livelli direzionali sui temi più avanzati dell’ICT.

Oggi, in condizioni di stagnazione o recessione globale,  si può ad esempio misurare in maniera diretta che la riduzione dei budget destinati ai progetti informatici, aumentano la probabilità di fallimento, rendendo così vano l’impegno stesso del budget.

Se vogliamo fare un esempio utilizzando il classico parallelo tra l’edilizia e l’informatica, possiamo notare che nell’edilizia non è concepibile pensare di affrontare una costruzione senza averne fatto prima la progettazione, l’analisi ambientale, le verifiche legali eccetera. Nell’informatica invece è ancora una pratica diffusa. Nell’edilizia non si pensa che vi sia una sorta di muratore-geometra-ingegnere-architetto così “smart” che sia in grado di realizzare uno stupendo edificio; ci vogliono strumenti, conoscenze, materiali. Nell’informatica invece resiste ancora  l’idea del “programma fai da te”, della soluzione casereccia, del factotum che risolve ogni problema, dalla cartuccia della stampante alla conduzione di un progetto informatico, dalla sicurezza perimetrale al problema con gli allegati della posta, dall’ideazione di un capitolato di acquisto alla scelta delle immagini coordinate per l’azienda.

Questo volantino, ad esempio, sintetizza molto bene il concetto.

Solo un professionista aggiornato ed esperto può aiutare a governare i complessi processi che guidano la realizzazione di un progetto ICT.

I professionisti di elevato profilo non sono in grande numero e tipicamente prestano la loro opera per grandi aziende o per società specializzate nella consulenza ICT.

In questo modo chi ha bisogno di acquisire beni IT, si trova nella situazione di dover far fare l’analisi e la programmazione insieme all’offerta al fornitore e di conseguenza dovrà affidare ad esso anche la gestione del progetto: questa non è evidentemente una situazione ideale, ma oggi sul mercato c’è poca scelta dalla parte dell’offerta e poca cultura dalla parte della domanda.

Quello che ogni IT Manager dovrebbe tener presente

iTunes: Apple's vendor lock-in

Prendo spunto da una citazione di Dennis Gaughan di Gartner apparsa in questo articolo su IT News intitolato “The truth about IBM, Microsoft, Oracle and SAP”:

“These four organisations have US$100 billion to wage the war for your wallet, You need to take control and not let them manage you. You need to build out our own strategic application roadmap, focusing on what your business goals are, and find what products suit, rather than wait for the app roadmaps of the vendors.”

Lo cito perché coincide nella sostanza con quanto scrivevo io in un post precedente. Il discorso che qui si limita ai 4 major software vendors, in verità si può applicare come linea di principio a qualsiasi acquisto. La valutazione del vendor lock-in a medio lungo termine

Quindi occhio CIOs a non farvi spennare senza prima fermarvi a riflettere su quello che state acquistando!!